DOWNTOWN di Noël Lang e Rodrigo Garcia (Sonda)

downtownDi Briseide

Devo ammetterlo, tirar fuori dallo scaffale della libreria DOWNTOWN e tenerlo tra le mani mi ha messo addosso un’ansia pazzesca. Mi sono immaginata tra dieci anni (o forse più) con davanti mio figlio che mi pone domande scomode alle quali effettivamente ci si rende conto di non saper rispondere. Non per ignoranza, ma perché non sappiamo quali parole usare.

«Mamma, come nascono i bambini?».
«Oddio, se gli dico la verità da domani comincia a giocare al dottore con le amichette della scuola e diventerà un depravato!».

E via di questo passo.

Dopo aver letto questo libro a fumetti, però, di una cosa sono sicura. Alla domanda: «Mamma, cos’è la Sindrome di Down?». Risponderò raccontando di Edo.

Edo, il protagonista di Downtown, è un bambino affetto dalla Sindrome di Down e ce lo dice subito. Non per spiazzarci, ma per prepararci al viaggio che stiamo per compiere.

Ci dice di essere diverso dalla maggior parte di noi, solo per spiegarci che in realtà la normalità è frutto di una convenzione e che la disabilità, così come la intendiamo dall’esterno, quando non ci tocca, è un ammasso caotico di stereotipi nei quali ci rifugiamo senza quasi neanche sapere il perché.

Se invece provassimo a sfuggirgli, le sorprese sarebbero sconcertanti. Ed Edo ce le spiega.

Ci dice di avere una fidanzatina e di non avere intenzione di tradirla (e in questo, concedetemi il cinismo, è certamente dissimile da tanti uomini); che gli piace la musica e ha un cd preferito che si porta sempre dietro. Sì, lo custodisce, perché è perfettamente in grado di badare a qualcosa. Ha degli amici che sono un po’ quelli che abbiamo avuto tutti: il cicciottello buono, l’occhialuto timido, l’amichetta che così piccola si ritrova già ad affrontare il dubbio amletico tra il diventare una modella o un’attrice, ma di una cosa è sicura: il suo fidanzato dovrà passare a prenderla in macchina e portarla in discoteca. E, tanto per continuare a parlare di progetti per il futuro, anche Edo medita un avvenire lavorativo, in ambito calcistico o spaziale, si vedrà. Nulla di più uguale al passato di ognuno di noi insomma.

Però non è tutto rosa e fiori. Per esempio, Edo ha difficoltà a concentrarsi, a tenere il passo quando la conversazione diventa tanto complessa o parlano in tanti e per questo si isola. Quindi, se si vuole dirgli qualcosa, bisogna essere diretti e semplici.

È questa, secondo me, la chiave di lettura di tutta l’opera.

Noël Lang e Rodrigo Garcia hanno voluto insegnarci che per spiegare la Sindrome di Down non servono termini scientifici o lauree in medicina. Vanno benissimo le parole di tutti i giorni e, allo stesso tempo, anche la quotidianità in queste situazioni non cambia, se non per certi versi.

Hanno scelto la strada del fumetto, con disegni e dialoghi dai tratti essenziali, proprio perché per certe cose basta davvero poco. Straordinaria, in questo senso, è la scelta dei bambini che passano inosservati soltanto perché la società, nel corso dei secoli, li ha classificati come idonei, ordinari. Loro però, che di questa società hanno appena cominciato a far parte, sfuggono alle catalogazioni e dunque, per loro, Edo è soltanto un bambino, un amico con cui giocare. Un amico un po’ strano? Sì, forse; ma, di sicuro, tanto quanto loro. Tanto quanto tutti.

Ecco perché vi consiglio di leggere DOWNTOWN. Perché, senza nessuna pretesa, ci aiuta a capire che nella vita le differenze sono solo questione di prospettiva e, quando ti trovi in talune situazioni, basta accettare questo per viverle diversamente. Infatti, come ci dice Edo: «Il brutto dell’avere la Sindrome di Down è che il giorno in cui nasci i tuoi genitori diventano un po’ tristi. Il bello è che, dopo quel giorno, non lo saranno mai più».

5 stelle con lode!

DOWNTOWN

Noël Lang, Rodrigo Garcia

Sonda

pp. 136 – € 14,9